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La nuova frontiera della biomedicina: intervista alla Dott.ssa Teodori ospite di Geo su Rai 3

posted by Fondazione San Raffaele il 11 Febbraio 2016
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È la nuova frontiera della biomedicina, in alcuni casi addirittura un’alternativa allo stesso trapianto. Parliamo della cosiddetta “fabbrica dei tessuti”. Ne vogliamo parlare in compagnia della Dott.ssa Laura Teodori, Dirigente di Ricerca dell’ENEA.

Viene chiamata fabbrica dei tessuti, qual è la sfida che avete intrapreso con questa ricerca?

La sfida è la rigenerazione del tessuto danneggiato da parte del paziente stesso: una rivoluzione, un approccio diverso al trapianto o all’innesto biologico. È la possibilità di dare al paziente stesso le capacità di poter riorganizzare lui stesso il tessuto danneggiato, invece di sostituirlo.

In caso di traumi irrimediabili, alla muscolatura per esempio, si potrà porre rimedi: quello che non si poteva fare finora.

Assolutamente sì, infatti l’approccio più importante in questa nuova tecnologia è proprio sul tessuto muscolare. Si tratta di ricreare in laboratorio delle matrici, le “impalcature”, da mettere dentro il paziente, e da poter ricostruire poi all’interno del paziente stesso, e una volta ricostruito il tessuto, il supporto viene “digerito” e quindi non c’è più.

Abbiamo visto dei filmati di persone che ricominciavano a camminare, e non erano più in grado di farlo dopo un trauma.

Sì, noi collaboriamo con l’Università di Pittsburgh, ci piace dire che siamo piccoli ma ci siamo messi sulle spalle del gigante. Loro hanno fatto una sperimentazione su cinque pazienti: sono dei giovani con delle lesioni importanti, che non potevano alzarsi, non potevano prendere in mano un bicchiere. Con una riabilitazione molto intensa sono riusciti addirittura ad andare in bicicletta.

Quindi hanno ripreso la funzionalità muscolare praticamente al 100%.

Sono delle lesioni importanti ma approcciabili. Importante in questo caso anche la riabilitazione. Per questo noi collaboriamo con la Fondazione San Raffaele, che fa capo al San Raffaele Pisana, specializzata proprio in riabilitazione.

Una cosa interessante riguarda proprio il fatto che voi non andate a ricreare le cellule ma create quella che è la struttura, che dà poi un supporto alla nuova crescita della fibra muscolare.

Assolutamente sì perché queste matrici, queste “impalcature” hanno una struttura meccanica ma anche chimica. Le cellule sono proprio dell’individuo: l’impalcatura dà un segnale all’individuo, attraverso anche un’infiammazione leggera, di richiamare le proprie cellule staminali, che si fermano lì e trovano la loro “casa”, e poi si differenziano nel tessuto che noi vogliamo dare.

Quindi non c’è nemmeno il problema del rigetto.

Questo approccio è proprio per evitare il rigetto, è il paziente stesso che ricrea la propria struttura. C’è un’infiammazione, ma è un infiammazione che noi, modulandola, possiamo utilizzare a beneficio del paziente.